Pensieri
La prima necessità e insegnare ai giovani la lettura silenziosa (la morte del silenzio nelle nostre città, nella nostra vita quotidiana), dare ai giovani la gioia di imparare a memoria. Gioia. Sensazione quasi fisica, quando un brano entra in noi, è una gioia del corpo, fare della memoria un talismano contro l’amnesia pianificata della scolarità attuale. È terribile la previsione platonica che la scrittura vada a sostituire la memoria, e con la memoria vada perduta una voce interna, un dialogo a viva voce.
Se la barbarie sopraggiunge, non c’è nessun luogo, anche quello più caro che non si possa abbandonare.
Quando viene la barbarie, l’importante è partire. Si prenda la valigia.
Durante la giovinezza si ha l’impressione di non avere limiti temporali. Sono gli anni dell’economia positiva del tempo. A mano a mano che s’invecchia e si vedono gli anni trascorrere ineluttabilmente, ci si rende conto però che esiste anche un’economia negativa del tempo. Ogni giorno siamo costretti a trovare un modo per gestire il tempo che fugge, senza per altro sapere quanto ce ne resta.
Secondo alcuni autori l’essenza della saggezza sta proprio nella capacità di far fruttare il tempo a nostra disposizione.
Nella storia della cultura la metafora prevalente è quella della fluidità di un tempo che scorre di continuo.
L’oblio è fondamentale nell’economia del sapere. Il senso comune insegna che bisogna lottare contro l’oblio per non dissipare le conoscenze accumulate. E vero, ma l’oblio ci aiuta a creare spazio per nuove idee.
Occorre dimenticare molto per conservare il poco che conta, abbandonare le conoscenze non necessarie per accoglierne nuove.
Un autore muore e rinasce in tutti i momenti, quello che conta è se il lavoro che fa a un certo momento c’è qualcosa che può interferire nel lavoro presente o futuro degli altri. E questo può accadere a chiunque lavora per il solo fatto di combinare e accumulare delle possibilità. In nessun momento uno scrittore è più vero che in altri. La vita, la storia ti coinvolge, ti fascia con le loro domande, non puoi sottrarti voltando gli occhi altrove. Devi dare risposte, proprio assecondando il modo in cui sei trascinato. E questo che rende molteplice, sempre sottoposto a metamorfosi, l’io di chi scrive.
Lo scrittore ha raggiunto il vertice dei suoi propositi, la dove i propositi sono del tutto assorbiti al respiro dell’immaginazione. Quel momento che gli si poteva leggere in certe luci del suo sguardo bruno, timido e romantico, ardito e ironico.
C’è poi l’amore, le comparse delle belle dame misteriose e forse creduli, si sono le vorticose tempeste di mare in mezzo alla maniglia della quale il vascello destinato a salvezza la scampa miracolosamente. Racconta il miracoloso che è di ogni metamorfosi, fisica e di spirito, è l’orchestrazione, nella finezza delle trame, nei disegni a bulino dei personaggi, è sempre fresca di colori, fatata.
La natura che avvolge la tela narrativa è piuttosto intrisa di salmastro ligure, sono marine intravviste dall’alto di rami intrecciati di ulivo, o sono castelli annidati fra le rughe dei colli prealpini. Insomma, la luce è mediterranea, e l’ironia che ritma gli avvenimenti è tutt’altro che istigante per moralismo presidenziale.
Nonostante sciagure e spaventi, una lieve felicità corre su tutto senza cancellare nulla.
In tutto trovando il soffio della vita, una verità che passa oltre il male e il bene e fa ariosamente festa a se stessa.
Delle sue qualità ammiro soprattutto la leggerezza in un mondo pieno di brutalità, la fantasia sognante e al tempo stesso la saggezza, la voce della ragione.
Un Don Chisciotte sa benissimo cosa sono i sogni e cos’è la realtà, e li vive entrambi a occhi aperti.
Lo sport si nutre di corpi e restituisce sogni. Illude come lo specchio di Dorian Gray, brucia come Hollywood.
Lo sport è un lifting sentimentale. Incide la giovinezza, ferisce l’anima, incendia il corpo, fronteggia il tempo.
Lo sport piega il destino, declina la vita in molte vite, molte avventure. Di atleti allenati per battere il record della fragilità, il record della paura. Fino all’ultimissimo traguardo, quando scade il tempo. Quando il trionfo tramonta o si perpetua. La regola dello sport non sopporta i sopravissuti, non vuole vedere i tagli del corpo, non accetta invalidità, scarta i corpi amputati come figli desiderati, senza più gloria, la storia ridotta a sporca quotidianità. Ma irrimediabili quanto la morte sono certi inciampi della vita, certe cadute che fanno sparire gli applausi, che fanno precipitare il sipario. “un pugile al tappeto è l’uomo più solo del mondo” nessun ghiaccio anestetizza la sconfitta. A nessun risarcimento conduce la vittoria, quando il destino è scritto.
Provate a uscire dalla sala d’aspetto, andate al binario, cercate di prendere il treno. Fa niente se percorrerete solo pochi metri, prima di fermarvi, o se invece riuscirete ad andare lontano. Meglio provarci sempre, scegliere un destino. La vera gara è solo questa.
Ed eccomi qui a passeggiare nel vento, lungo le dune, sulle spiagge la sera, ad ammirare stupefatto i fantastici colori del tramonto su questa punta estrema dell’Europa.
Le spiagge paglierine, il mare grigiastro di ogni nord, l’azzurro slavato del cielo, rosa e i rossi infuocati dal tramonto, le figure femminili in lino bianco, ne restammo letteralmente incantati. Ad additarci l’un l’altro i dettagli della scena, una sfumatura del colore, la dolcezza e l’intensità dell’atmosfera.
Il luogo è bellissimo, avvolto in una luce unica, i crepuscoli struggenti, col passare del tempo, si andò facendo sempre più fievole e velleitaria, velata d’un po’ di malinconia, come succede a tanti progetti che da giovani si spera, senza poi riuscirvi, di realizzare.
Davanti a perdita d’occhio, la spiaggia che qui chiamano “ del tramonto”, perché vi si vedono i tramonti più sontuosi, spettacolari, della costa.
Il rumore del mare, il vento, la drammaticità delle grandi spiagge deserte, il volo degli uccelli marini. Passeggiava, avvolto dal vento e dallo scroscio delle onde, immerso in quel fragore eterno, cupo e assordante che amava tanto. Quando si allontanava andando verso le prime case della cittadina, ”il vento gli portava il rumore della risacca, simile a quello di sassi che cadono l’una sull’altra, lontano, strida di gabbiani, rauche, desolate, smarrite”.
Le onde s’inarcavano come tori che abbassano le corna al colpo, e si avventavano rabbiose contro la spiaggia che restava sommersa per lunghi tratti, e coperta d’alghe lucide di acqua, di ciottoli, di conchiglie.
Sotto il cielo velato, si aprivano valli di schiuma verdeggianti e chiare; ma dietro alle nuvole là, dove c’era il sole, sulle acque si stendeva un pallido splendore di velluto.
Onde leggere, la luce azzurrina, e già un’ora prima del tramonto lunghe strisce rosa nel cielo, nubi dorate a preparare l’esplosione di colori che accompagna il calare del sole.
Il segreto è nella luce. Sta tutto qui il fascino esercitato da sempre dagli oggetti luccicanti sulla fantasia degli uomini delle culture e delle civiltà più diverse.
Quello che si rivela nello splendore dell’oro, nello scintillio dei diamanti, nella traslucenza multicolore delle gemme, nella magia degli specchi, non è altro che il mistero del bagliore. Risplendere e riflettere.
Le materie che imprigionano la luce e ne riflettono l’energia vitale, autentici specchi di una potenza soprannaturale. Come la folgore, come le stelle, come la luna. E come il sole col quale dei e regnanti s’identificavano al punto di rivestirsi completamente d’oro e gi gemme.
Simboli d’illuminazione, d’immortalità, riflessi terreni della luce celeste.
In quest’epoca di narcisismo diffuso l’aurora luminosa serve soprattutto a far risplendere noi stessi, a consacrare la nostra immagine.
Questi oggetti luccicanti danno il tocco finale alla nostra trasformazione in idoli di noi stessi. Idoli fragili, sedotti dal rilucente glamour dello stagno di Narciso.
L’abbigliamento è ciò attraverso cui il corpo umano diventa significante e dunque portatori di segni o addirittura dei propri segni, nella società se non tradizionali il corpo umano non era mai visto nudo, e l’abbigliamento era per così dire incorporato nel corpo.
Il paradosso consiste nel fatto che soltanto attraverso l’esteriorizzazione del corpo si sente esistente nella società di massa.
L’eterno problema dello scrittore è meditare sul teatro cosmico quotidiano in modo da risvegliare nel lettore il suo senso di meraviglia. La scrittura e la lettura, allora sono come un talismano per attraversare l’esistenza?
Ci sono passaggi, frasi, addirittura parole che ciascuno di noi conserva nel proprio cuore come talismani. Tuttavia, riguardo alla mia musa personale- quell’invisibile dea che si suppone dovrebbe ispirarmi non sempre si comporta come un angelo custode. Anzi spesso è un fantasma, che non mi lascia dormire. O un’amante seducente ma infedele, che quando dovrebbe giacere accanto a me va a letto con un autore.
Meglio leggere romanzi, scrivere ogni giorno-anche in caso di colpo della strega, pensare con la propria testa, praticare la solitudine, aggrapparsi all’immaginazione come se fosse l’ultima goccia di afrodisiaco, rimasta sulla terra.
La scrittura è libertà del controllo. Scrittori e artisti non devono servire padroni né slogan. A parte “ vivi e lascia vivere”.
Uno scrittore ideale deve farmi pensare, ridere, eccitare. Farmi cadere dalla sedia per la bellezza della sua prosa. Far buchi nella libreria come un picchio umano. Scrivere avvolto nelle pelli d’animale del mito e nel pigiama di seta del misticismo. Voglio che mi frulli il cervello, che sia il mio matador!
“camminare”spiega” significa più pensosità, più sensibilità per le cose spesso trascurate, più piacere di rieducarsi alla vita.
Perché il passeggiare è un moto naturale come mangiare e fare l’amore. Istinto primario, moto animale che viene molto prima della coscienza, della memoria. Camminare è un fiato del corpo e il corpo che si muove soffia pensieri. Prendi i vagabondi, gli erranti, i santi, i poeti. Avevano piedi buoni e fantasie forti, andare lenti, concentrati o svagati e il solo modo per incontrare qualcosa o qualcuno. Se uno si muove c’è anche il rischio, e la meraviglia, di incontrare se stessi.
Camminare vuol dire recuperare il piacere della lentezza, delle cose della vita. Per noi del mediterraneo camminare è una necessità, il mare che ci scorre dentro per destino. Camminare è esplorare, indagare, capire, e anche inventare.
giovedì 21 gennaio 2010
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento